header
Cerca nel sito    
   
banner
 
 
Area Piar
Ambiente e Paesaggio
Cultura e Tradizione
      Centri Storici
      I luoghi e la storia
      Architettura
      Beni Culturali
      Tradizioni e costumi
News
Comprare sulla piana
Dove alloggiare
Trasporti
La tua attività sul Portale
Informazioni Turistiche
prodotti tipici
   
  Newsletter

 
 
Ricevi quotidianamente nella tua e-mail tutte le novità del territorio
   

CULTURA E TRADIZIONE >TRADIZIONI E COSTUMI

<- Indietro
Tradizioni e costumi

Nella piana di Gioia Tauro si conservano ancora usi, consuetudini e credenze di antichissima origine nonostante il tempo tenda a cancellare le tradizioni. Ciò che sorprende è che, nonostante l’epoca tenda a positivizzare il subconscio collettivo e a creare dei prototipi di uomini sempre più raziocinanti, il fervore con cui la gente partecipa alle manifestazioni di carattere folkloristico e religioso è grande. A Palmi i festeggiamenti in onore della Madonna della Lettera l’ultima domenica di agosto culminano con uno spettacolo emozionante: il trasporto lungo le vie del paese del grandioso carro della Varia (corrispondente dialettale di bara) che raffigura l’Assunzione di Maria Vergine al cielo. È una macchina grandiosa di sedici metri del peso di duecento quintali. La base ovvero il “cippu” è formata da grandissime travi su cui c’è la bara vuota della Madonna circondata dai giovanetti che rappresentano gli apostoli. La Vergine Assunta in cielo è rappresentata da una bambina, quasi sempre orfana, posta sulla cima e sotto di essa una nuvola in carta argentata che si alza dalla bara. Dappertutto bambini vestiti da angeli tenuti fermi su sedioline. Il trasporto viene fatto a spalla, al grande ritmo di una marcia tradizionale, da duecento portatori scelti, come vuole la tradizione, fra i contadini, i marinai, gli artigiani, i mulattieri e i bovari. Si hanno anche  notizie di “bare” nei secoli passati a Seminara, a Sant’Eufemia d’Aspromonte e a Rosarno. A Rosarno in occasione della festa della Madonna di Patmos la bara veniva trasportata dai forzati.
Molto sentito a Palmi e nella piana di Gioia Tauro è il culto di S. Rocco. A Palmi si snoda per le vie della città una lunga processione in mezzo ai canti dialettali agiografici fatti dalle donne. La statua è preceduta dai penitenti a cui si ritiene che il Santo abbia fatto la grazia con la guarigione da qualche malattia, nudi fino alla cintola sotto cappe di spine pungenti. Il Santuario di Stellantone è pieno di doni votivi fatti al Santo. Sono raffigurazioni in cera che riproducono non solo le parti del corpo guarite dal Santo, ma anche animali che S. Rocco ha salvato o parti di essi, come le mammelle della vacca guarita dalla mastite. Ad Acquaro, i montanari della zona denominata Piorni, scendono ogni anno in paese con grandi ceste di pane da offrire al Santo, la cui statua viene posta davanti al tempio. I buoi vengono ornati con nastri colorati e portano dei pani a forma di corona infilati nelle corna. Tutti i pani vengono poi venduti e il ricavato va al Santo. A Cittanova invece in onore del Santo viene fatto un grande falò che brucia nell’omonima piazza. A San Rocco si chiede la guarigione dalle malattie. Secondo la sua agiografia infatti il Santo ha curato gli appestati e poi è morto per aver contratto egli stesso la peste nell’espletare la sua opera caritatevole. Un altro Santo guaritore sia per gli uomini che per gli animali è considerato San Biagio che si venera a Plaesano e si festeggia il 3 Febbraio con un’usanza del tutto singolare: durante la processione si fa girare la statua del Santo per tre volte intorno alla chiesa tra lo strepitio dei tamburi che suonano a ritmo sostenuto. L’andatura diventa sempre più rapida fino a diventare una veloce corsa. Fino a qualche decennio fa i contadini dei paesi vicini partecipavano alla corsa con i carri trainati dai buoi o da cavalli e asini, per benedire sia gli animali che i mezzi. Alcuni contadini durante la corsa reggono piantine che l’indomani pianteranno nei campi. Partecipano anche pastori che conducono le loro greggi. Lo stesso rito si svolge anche a S.Procopio e a Scido. Il culto ha un carattere agrario e probabilmente si sarà sostituito ad un rito pagano.
Tutta l’area è famosa anche per i suoi Crocefissi  e le sue Madonne nere. Il colore nero del volto della Madonna trova la sua giustificazione nelle antiche vergini madri mediterranee. La Madonna di Patmos, distrutta da un incendio, era nera. Nera è la Madonna di Seminara, meta in Agosto di pellegrini provenienti dalla Sicilia, Basilicata e Puglia, detta anche Madonna dei Poveri per un evento straordinario attribuito alla sua immagine. Si racconta infatti che alla sua entrata in città, la statua abbia punito la prepotenza dei nobili che si arrogavano il diritto di portarla per le vie del paese diventando inamovibile, alleggerendosi invece quando a sollevarla furono gli umili popolani. Per l’occasione sfilano danzando al ritmo dei tamburi i giganti Grifone e Mata, due grandi pupazzi di cartapesta, dentro cui sono nascosti i danzatori, raffiguranti un re nero e una regina bianca. La tradizione vuole che Carlo V di passaggio a Seminara lasciasse in omaggio al Sindaco, un nobile re africano, la moglie, uno schiavo anch’esso nero, un cavallo e un cammello e che gli stessi tenuti abitualmente nascosti in casa, venissero fatti uscire solo in occasione della festa della Madonna. Un Crocefisso nero è venerato a Terranova che, secondo la leggenda fu ritrovato in un roveto circondato da fiammelle miracolose.
Alquanto suggestive sono ancora due feste religiose che culminano con processioni in mare. Una è quella in onore di S. Maria di Portosalvo che si venera a Bagnara. La processione formata da un corteo di barche si snoda da Torre Ruggero fino allo Sfalassà. Si celebra l’ultima domenica di Settembre. A Nicotera Marina, invece, l’otto dicembre si tiene la processione con la statua dell’Immacolata Concezione, al grido di “Viva Maria”; una parte del tragitto viene fatta in acqua, a piedi, immersi fino alla cintola.
Molto sentite sono le cerimonie religiose della Settimana Santa in cui la popolazione partecipa con il cuore dolorante alla rievocazione della Passione di Cristo. Molto suggestiva è infatti la processione della sera di Venerdì Santo a Polistena fatta con i “Misteri”, gruppi statuari rappresentanti i vari quadri della Passione, portati per le vie della città, precedute da ragazze vestite di nero con candele in mano, mentre la popolazione assiste in assoluto silenzio. Gioiosa è invece “l’Affruntata”, tipica manifestazione della Domenica di Pasqua rievocante l’incontro della Madonna con il Cristo Risorto con la mediazione di S. Giovanni.
Se così travolgenti  sono le manifestazioni di carattere religioso per il fervore con cui la popolazione vi partecipa, non da meno sono alcune manifestazioni legate al mondo lavorativo e alla quotidianità. La pesca del pesce spada che dal mese di Aprile si pratica nel mare dello stretto ne è un esempio, anche se dagli anni Sessanta in poi è un po’ variata rispetto al passato. Fino agli anni Sessanta la “luntra”, la barca che andava a catturare il pesce, era completamente dipinta di nero, data la perspicacia ai colori attribuita all’animale, e aveva un pennone alto circa 3 metri su cui era appollaiato un marinaio. A terra, su una torre di avvistamento in legno, la vedetta, avvistato il pescespada, ne comunicava la presenza e la posizione al marinaio sul pennone. Quindi, non appena la barca si avvicinava al pesce, entrava in azione il fiocinatore. Nel 1952 questa imbarcazione iniziò a conoscere un inesorabile declino dopo l’innovazione apportata dai pescatori siciliani di Ganzirri, i quali aggiunsero una passerella di legno di circa 6 metri che consente al ramponiere di trovarsi quasi verticalmente sulla preda, e a facilitarne il compito. La successiva motorizzazione della barca, sopperì alla perdita di velocità, mentre al centro, l’albero della vela fu sostituito con un pennone alto 6 metri e si fissarono le sartie in filo di acciaio per sostenere la cima della passerella. Per Bagnara  più che per altri centri, la pesca al pescespada in particolare, ma in generale tutti gli altri tipi di pesca, costituiscono la vita stessa del paese. Questo, unito alla coltivazione dei terrazzamenti sul mare, ricavati mediante muretti a secco, costituiscono tutt'ora la principale fonte di sostentamento per molte famiglie. Da sempre a Bagnara, la pesca e la coltivazione dei campi sono compiti degli uomini, mentre la commercializzazione dei prodotti è affidata alla bagnarota, che ancora oggi si può incontrare nel suo tipico costume, una lunga gonna ampia a pieghe lunghe e profonde (‘a saia) e una camicetta dal corpetto attillato (‘u sciamisu), con una cesta in testa piena di pesce o di zibibbo o di lupino addolcito. Il fenomeno della bagnarota che, probabilmente non era molto diffuso nei paesi dell’entroterra fino alla fine del 1700, lo divenne dopo questa data, quando Messina perse il privilegio di porto principale della Sicilia e Reggio il ruolo di centro per i mercati agricoli e si accentuò con l’intensificarsi delle infrastrutture di collegamento. Il motivo della suddivisione dei compiti: la produzione al marito, la vendita alla moglie, è da ricercarsi con molta probabilità alla microproprietà e alla difficoltà di coltivazione delle rasole. Entrambe infatti fanno diventare antieconomica l’assunzione di manodopera affidando al solo proprietario i tempi lunghi di coltivazione. Nella Piana il corrispondente della bagnarota,  può essere considerata la raccoglitrice di olive. Quella della raccolta delle olive è una mansione che da secoli qui viene svolta dalle donne. Anche in questo caso la causa del fenomeno è generata da un fattore economico. La scarsa paga offerta alle raccoglitrici, dovuta alla scarsa qualità dell’olio che non ha un alto valore commerciale, non poteva  essere proposto come reddito principale all’uomo capofamiglia, ma come reddito aggiunto. Anche le raccoglitrici di olive stanno però scomparendo sostituite dalle macchine scopatrici e cernitrici e da extracomunitari.                                  
        
  



 
     
l> >